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Testimoni di un Natale diverso

Luca Salvi è un medico fisiatra che tra dicembre e gennaio ha fatto un'esperienza missionaria all'Hospital Divina Providência di Luanda, Angola. Con lui c'era anche Alessandro, suo figlio, studente di Lingue e i due hanno intrapreso questa avventura dopo aver fatto il percorso formativo di Missioniamoci.
Ecco a voi la sua testimonianza.
Fra dicembre 2025 e gennaio di quest’anno ho trascorso un mese di missione in Angola, un Paese che colpisce per la forza dei suoi contrasti e per la ricchezza umana che custodisce. È stato un tempo intenso, vissuto non da semplice osservatore o turista ma come medico ospite di una comunità che ha fatto della cura e dell’accoglienza una vera missione evangelica.
Sono stato accolto dalla comunità dell’Opera Don Calabria presso l’Ospedale Divina Providencia di Luanda, un vero punto di riferimento per la popolazione locale. La capitale è una megalopoli di circa 10 milioni di abitanti che ha conosciuto uno sviluppo tumultuoso e disordinato dalla fine della guerra civile (2002) ad oggi.  In essa convivono zone residenziali esclusive e cliniche private lussuose – accessibili solo a una ristrettissima élite – e quartieri interni poverissimi (musseques) ad alta densità abitativa in continua, incontrollata crescita, dove la gente vive ancora in abitazioni precarie e senza i servizi essenziali (luce, acqua, strade, reti fognarie). In questo contesto sociale, caratterizzato da una grande povertà e disuguaglianza, ma anche da una forte vita comunitaria e da reti di solidarietà informali, l’ospedale Divina Providência, pur con mille difficoltà, fornisce cure accessibili, sostenibili e dignitose alla maggioranza della popolazione più fragile, fornendo accesso ai servizi sanitari di base. Qui la sanità non è un privilegio, ma un servizio. Medicina, chirurgia, pediatria sono vissute come risposta essenziale a un bisogno reale, quotidiano. In particolare, l’ospedale ospita il C.N.T. (Centro Nutrizionale Terapeutico), una preziosa unità di cura per bambini malnutriti, nella quale operano con competenza e dedizione anche medici italiani, offrendo professionalità di alto livello in un contesto di grande povertà.
La comunità calabriana che anima l’ospedale è guidata da Padre Sissimo, Superiore Generale dell’Angola, e da Padre Carlos. In loro, negli “irmãos” e in tutte le persone che ho incontrato, ho ritrovato immediatamente uno spirito di famiglia: un’ospitalità attenta, calda e allegra, capace di farti sentire a casa fin dal primo giorno. Non un’accoglienza formale, ma quella semplicità evangelica che passa dai gesti, dai sorrisi, dalla condivisione del quotidiano.
Il mio compito, durante questo periodo, è stato quello di lavorare accanto ai fisioterapisti e soprattutto quello di accompagnare la crescita e l’ampliamento del servizio di fisioterapia dell’ospedale, organizzando e coordinando il trasloco dello stesso in uno spazio più ampio, più adeguato e più rigoroso dal punto di vista clinico. Ciò permetterà di rispondere meglio ai bisogni dei pazienti disabili e di sviluppare in modo strutturato la riabilitazione neuromotoria.
In Angola la disabilità assume contorni diversi da quelli a cui siamo abituati in Italia e in Europa. Le patologie neurologiche sono frequenti ma spesso non intercettate precocemente: esiti di trauma cranico, lesioni midollari, mieliti, malaria cerebrale, patologie cerebrovascolari, meningiti, paralisi cerebrali infantili. Dietro ogni diagnosi c’è una persona, una famiglia, spesso una madre sola che porta sulle spalle il peso della cura senza strumenti né supporti adeguati.
In questo contesto, pensare la riabilitazione non come un lusso ma come un diritto diventa un atto profondamente politico ed evangelico insieme. L’obiettivo è costruire, passo dopo passo, un servizio che non si limiti a “fare esercizi”, ma che restituisca dignità, autonomia e speranza.
Uscendo dall’Ospedale, il contrasto con l’esterno è potente. A pochi chilometri dall’ospedale, il lungomare di Luanda – la Marginal – scintilla come una Manhattan africana: grattacieli, locali, luci, automobili di lusso. Appena ci si addentra verso l’interno, il paesaggio cambia radicalmente: strade sterrate, rifiuti, case improvvisate. La bellezza della natura africana convive con una devastazione ambientale figlia di un’urbanizzazione selvaggia e di un consumismo che promette progresso ma lascia dietro di sé nuove ferite.
Eppure, in mezzo a tutto questo, ho incontrato una bellezza e una ricchezza umana sorprendente. Il popolo angolano possiede una capacità di accogliere, di vivere il tempo in modo più lento e relazionale, che interroga profondamente noi occidentali. Pur nella fatica, nella scarsità, nella sofferenza, c’è una una fiducia profonda nella vita e nelle relazioni.
Durante il periodo natalizio ho anche avuto la possibilità e la grazia di visitare un’altra struttura gestita dall’Opera, il centro di accoglienza Criança Feliz a Huambo, che ospita oltre quaranta bambini e ragazzi dai 7 ai 18 anni, orfani o abbandonati. Ho trascorso la settimana di Natale in un luogo che porta un nome che è già un programma: Infanzia felice. Una settimana in cui ho fatto il pieno di vita, di giochi e di gioia, insieme ad una allegra e chiassosa brigata di ragazzi per i quali ero “papà Luca”. Impossibile non voler bene a questi simpatici malandrinos o, come direbbe S. Giovanni Calabria, “buoni fanciulli”! 
Mio figlio Alessandro, laureando in lingue, ha condiviso questa esperienza, trascorrendo un intero mese presso il centro e insegnando italiano e inglese ai ragazzi che, pur essendo in periodo di vacanza, accorrevano numerosi alle sue lezioni. Un segno semplice, ma eloquente: il desiderio di imparare, di aprirsi al mondo, di costruire futuro.
Rientro in Italia con tanta gratitudine, avendo lasciato un pezzo di cuore in Angola. È stato un periodo straordinario, sia dal punto di vista umano che professionale. Esperienze come questa cambiano lo sguardo con cui torniamo a casa e ci ricordano che la vera ricchezza non è accumulare, ma condividere; non è correre, ma fermarsi; non è possedere, ma prendersi cura.
Porto con me la gioia dell’incontro ma anche il desiderio forte di tornare e di continuare a contribuire – per quanto possibile – alla crescita di questo ospedale e allo sviluppo del settore della disabilità.